Una tavoletta di cera / A Wax Tablet

Original by Franca Mancinelli

Uno sguardo dall’alto ricongiunge tutti quelli che sono divisi
Hugo von Hofmannsthal

Lo sciame di minuscoli insetti è rientrato in un’ansa dell’aria. Resta un allarme quietato, una scossa nel profondo delle cellule. Ho risalito le scale sulle mie gambe e sono tornata in reparto. A quest’ora è quasi deserto. Due infermieri, prima di sparire di nuovo in riunione, mi sorridono. Mezz’ora prima ero distesa sul pavimento, bianca come le piastrelle. Poi le gambe che mi vengono alzate, gli occhi che tornano ad aprirsi, un laccio che mi stringe il braccio: ancora troppo bassa la pressione. Sorrido ai visi chini su di me.

«Mi dispiace», vorrei dire, «non volevo». Una mano mi accompagna in un’altra stanza, mi distendo su un lettino; ho un succo di frutta da succhiare lento, come un ciuccio, mentre guardo il soffitto. Un’altra volta mi era accaduto di vedere le piccole lucciole che abitano l’aria. Si agitano come farfalle senz’ali, vorticano fino a darti l’impressione di avere rotto il vetro della realtà. Torniamo a casa, mi dicevano, raccogli le cose. – Ero al mare e il sole mi aveva battuto sulla testa come una grossa pietra calda. – Obbedivo, ma a una doppia frequenza, nel vibrare di luci che mi portavano via, in una casa che iniziavo a riconoscere in quel momento, per la prima volta, nell’intercapedine che si stava aprendo.

Sul lettino dell’ambulatorio, mentre le sostanze zuccherine del succo entravano in circolo, potevo seguire ancora le scie di quel formicolio. Qualcosa di familiare e remoto, come le immagini che baluginano negli occhi di un neonato.

Un branco di pesci dipinti sulle pareti del reparto mi guida a una stanza colma di giochi, con tavoli e sedie in miniatura e disegni che raccontano la storia di una stessa infanzia che traccia una casa sbilenca, un sole che splende da un angolo, un fiore, oppure tre o quattro esseri che si stagliano nel bianco, come pupazzi fatti con la neve. Sento che per ora sarà questo il mio campo base. Mi siedo al tavolo grande e inizio a scrivere. Insieme a me, nella sala, c’è un bambino di cinque o sei anni. Mi chiede se posso aiutarlo ad accendere uno dei due schermi, ma non ne sono capace. Silenzioso torna al gioco di costruzioni che aveva interrotto. Provo a fargli qualche domanda ma lui non sembra volere rispondere né io voglio domandare ancora. Ogni tanto un pezzo delle sue costruzioni cade a terra, e mi chiede scusa, con una maturità che dice tutto quanto era necessario sapere. Anch’io, seduta al tavolo, sono tornata al mio gioco. Abbiamo presto compreso che saremo due compagni perfetti, consegnati entrambi a una lunga solitudine.

Il mio corpo è una tavoletta di cera. Pensavo di scrivere e invece sono stata scritta. Porto i segni di un altro alfabeto. Una lingua che possiamo modulare a labbra chiuse, inseguendo una scia di senso. La conoscevano i nostri antenati, con il corpo vivo, interamente segnato. Come noi, da bambini, con le ginocchia e i gomiti scuri, i tagli arrossati dal mercurocromo.

I miei occhi offuscati, oggi sono stati incisi. È stato un intervento indiretto. Me lo ha fatto il dottor M. senza saperlo, in un ambulatorio del quarto piano. Mi ero allacciata il vestito verde. La bocca coperta dalla mascherina come una benda per guarire dalle parole. Ma non conoscevo la potenza di quelle due accostate l’una all’altra e pronunciate nella semplicità con cui, al termine della riunione, erano uscite di bocca al dottore: iniezione lombare. Quelle parole originano una catena di gesti. Così mi sono ritrovata nella stanza con la porta chiusa e la finestra senza maniglia. Dentro, accanto al bambino, gli infermieri, l’anestesista, il medico, come giunchi mossi da una corrente leggera, a chinare il capo, muovendo di pochi millimetri le mani. La legge che governava ogni cosa era quella dei mondi sommersi. Un cenno e qualcosa nel corpo di un altro avrebbe risposto.

«I guanti azzurri».
«Ti piacciono?» chiede l’anestesista che li sta infilando.
Il bambino appoggia la testa sullo schienale, si distende.
«Devi girarti da un lato» gli dice l’infermiera.
«Perché?»
«Quando dormirai sarai pesante».

Preghiamo perché non si manifestino, perché siano invisibili, perché sia in un battito di ciglia il loro entrare in noi.

Il medico ha tracciato un rettangolo rossastro. Lì dove le bambole contengono le batterie che fanno muovere e parlare. C’è un grosso ago da calza. – Il quadro è appena schiacciato ai lati, attraversato da un tremore leggero. Il bambino sembra avvertire qualcosa, si scuote appena, come per un incubo.

I miei piedi sono saldati al pavimento. Le mani non le ho mai avute. Ho soltanto gli occhi. In allarme, stanno germogliando dal bulbo. – Vortica qualcosa nell’aria.
Goccia a goccia in una fiala scende un liquido trasparente sgorgato dalla schiena – una roccia sorgiva, bersaglio centrato esattamente.

Nessun pulsante da premere per uscire. – Quando la fiala sarà colma tutto sarà finito. Goccia dopo goccia, sarà finito. – Sono arrivate le lucine, si sprigionano; mi guidano lo sguardo verso la parete di fronte, tra il bianco del muro e l’armadietto riposa, per un attimo, riposa. Ma si sono addensate – uno sciame fitto, brulicante. Resisto, sui miei piedi. E qualcosa mi scioglie da ogni volontà, mi stacca come una foglia dal ramo. Plano leggera. Sorrido alle lucine.

****

Non si sa come, ma ci ha trovati. Il suo occhio non smette di penetrare in noi. Nella vastità dello spazio e del tempo, tra la moltitudine degli altri risparmiati. Accade che un chiodo abbia luogo. Nessuno a impugnare il martello, nessuno a cui scagliare il grido.

*

Cosa da poco il mondo. È andato a fuoco. Vedo ancora i suoi margini ripiegarsi.

Si è attutito il tempo, si è dilatato. Come quando la pioggia è finita e grandi gocce cadono dagli alberi.

*

Oggi pesa 12 chili. Milligrammi ogni quante ore? Nella sacca mettiamo quattro fiale. Transaminasi…Quanto ha di anticorpi? Pressione cardiaca, pressione respiratoria.
Non ha avuto febbre. Non ha avuto dolore. Ha dormito.

**************

Un letto, un tavolo, una sedia, un armadio; uno schermo sul muro, un piccolo bagno. È la cabina di una nave con cui attraverseremo l’oceano. Venti giorni e dai vetri inizierà ad apparire la terra.

*

Posso fare tre passi in una direzione, quattro passi nell’altra. Se apro le braccia ho tutto lo spazio. Mi siedo, ritorno al mio posto. Sono un grande armadio dove appendi i tuoi respiri. Abiti dell’inverno e della primavera, giacche colorate, giacche scure.

***

Nel prato ci sono due tronchi fratelli. Uno è un pezzo di legno, l’altro ha piccole foglie in germoglio. Tra loro – testa sferica, corpo a cilindro – un pupazzo. Le braccia si irradiano fino a toccare i due tronchi.

Questi due bambini stanno per ricevere i doni della Befana. Sono io, parrucca grigia, occhiali e un grande naso di plastica ricurvo. Porto al più grande una Ferrari con il telecomando. Ma il più piccolo getta il suo gioco e piange per quello dell’altro. Prometto, risalgo sul motorino, e sfreccio a cercare una macchina identica. Una caccia al tesoro, di negozio in negozio, in quei giorni dopo Natale. Finalmente la trovo. In un soffio sono sotto casa. Due testoline sporte dal pianerottolo: «è tornata! È tornata davvero!» gridano e festeggiamo doppio, festeggiamo insieme. Questo accadeva – non sapevo che eravamo sull’orlo, dove ogni cosa per l’ultima volta torna – duplicata.

**************

“Ho il cappuccio sulla testa perché sono stato male”, mi sussurra all’orecchio. È uno dei suoi primi giorni di scuola superiore; è arrivato in anticipo per consegnarmi queste parole, come un biglietto di giustificazioni. “Una prof ieri mi ha chiesto di toglierlo davanti alla classe”. Ma iniziano ad arrivare gli altri, alla spicciolata. E va a prendere posto, uno di quelli più ambiti nelle ultime file. Sarà un rapper silenzioso, con cappello e cappuccio calati sulle tempie, come per continuare a sentire la sua musica ora dopo ora, oltre il brusio degli insegnanti, nelle orecchie.

Passano i mesi. Le voci tra i banchi accendono un fuoco inestinguibile su cui ogni tanto soffio, versando il mio respiro. Ho chiesto a ognuno di leggere un libro e di raccontarlo alla classe. Un susseguirsi di vampiri e di regni paralleli abitati da creature fantastiche, o di storie che inseguono lo sbocciare dell’amore. Alessandro è tornato alla cattedra per parlarmi; il libro che pensava di leggere era il manoscritto che un compagno di ospedale gli aveva lasciato. Conteneva tutta la storia della sua malattia, dalla diagnosi ai trattamenti di chemio, fino al trapianto e al ritorno a casa. “Sei sicuro di volerlo leggere? Ci sono tanti libri che potrei consigliarti.” Ma Alessandro era deciso. Da tanto lo teneva sulla mensola di casa: era arrivato il suo momento. Lo avrebbe letto nelle vacanze di Natale. Di raccontarlo alla classe non se la sentiva ancora, intanto lo avrebbe raccontato a me.

Ci diamo appuntamento per le ore di ginnastica in cui rimane seduto sulla panchina o a gironzolare in palestra. Quel libro aveva una tale carica radioattiva per Alessandro che, prima di poterlo aprire, erano dovuti passare due anni. Il tempo necessario per sentire che quella storia era per lui conclusa. “L’ho prestato una volta a un’amica; ho avvicinato lo zaino aperto alla mensola e con una piccola spinta l’ho lasciato cadere”. La ragazza lo ha letto lentamente e poi glielo ha riportato in silenzio. Ora sapeva che cosa aveva passato Alessandro in quel lungo anno di ospedale. Non aveva nessuna parola da restituirgli, ma sapeva.
“E ora che sei riuscito a leggerlo?” “Non mi ha fatto nessun effetto”.

Ci sono territori in cui le parole non raggiungono le cose. Si porta un carico oscuro, consegnati a se stessi. E a un tratto ci si ritrova saldi, sulle proprie ossa, come Atlanti che non sapevano di avere la forza. Ma qualcosa ora sta cercando tepore, sta cercando custodia, ha bisogno di sillabe.

Parlando Alessandro porta due dita tra la base del collo e la clavicola e preme. In quel punto entrava un tubo sottopelle che usciva al centro del petto. Lì gli sembra di sentire ancora una vena in modo diverso. Abbassa il colletto della maglia fino al piccolo cerchio impresso sulla pelle. Sono segni che confermano la sua forza. La battaglia è vinta. Presto, appena potrà, avrà un anello tribale sotto la spalla, una rosa dei venti all’interno del braccio. Aperta a tutte le direzioni, sarà la sua stella.

Un anno d’ospedale è un anno di pioggia. Un anno intero ad aspettare dai vetri.
Quando sono tornato a scuola ne erano passati due. Ne erano successe di cose ma alla fine gli amici erano rimasti gli stessi. Sono io che sono cambiato. Il tempo là dentro è diverso. Un giorno può contenere un mese. In una stanza c’è tutta la casa. Anche il parco dove esci di solito e la scuola.

Alessandro racconta, io sono a lezione da lui. Non perdo una parola della sua storia eppure non posso trascriverla. Non sono capace di reggerne la trama. Ma abbiamo aperto un canale, una via d’acqua. La sua voce scorre nella mia. Un nastro chiuso nel corpo si svolge.

Scendi dal letto, non reggono le gambe. Mi hanno aiutato tenendomi il braccio, mio padre e mia madre come stampelle. Ma non riuscivo a fare uno scalino. La gamba non ti segue. Glielo ordini; la aspetti, ma non ti segue. Abbiamo preso l’ascensore per uscire. E finalmente era l’aria, l’aria fresca che si muove sul viso e ti arriva fino dentro i polmoni. Mi hanno aiutato a salire in macchina. E ho rivisto scorrere le cose, sono tornato nella velocità, ho riprovato il brivido di quando mio padre accelera. Arrivato a casa il mio vecchio pastore tedesco mi è corso incontro. Non potevo accarezzarlo; lui si è fermato qualche passo da me annusando la terra. L’ospedale non ha odore, ti lascia addosso qualcosa di troppo pulito, un’aria densa che trattiene ogni cosa.

*

Finalmente ero libero. Ma quando mi alzavo la notte stavo attento a muovermi, tastavo di fianco cercando la flebo. C’era un silenzio così profondo che non riuscivo a dormire. È la quiete della campagna d’inverno. Quella sospensione da ogni cosa in ospedale non esiste. Nella stanza, quando tutti i rumori cessavano, rimaneva il basso costante della pompa a tenermi compagnia. Quel fruscio elettrico che a mio padre portava il mal di testa. E una piccola luce rossa sempre accesa. Accanto al letto, nella mia camera, ho messo una spina tripla con il pulsante on.

*

Ho sempre cercato di ricordare l’ultimo istante in cui restavo sveglio. Ma sfuma, si confonde il quadro, poi a un tratto ti riprendi, dici qualcosa che esce dal senso e ti addormenti. A pensarci risento gli occhi chinati su di me, e le domande con il punto interrogativo smussato – il cinguettare di uccellini sullo stesso ramo. Scherzano tra loro, si sporgono sul vetro, mi vogliono vedere affondato nel sonno.

*

Se succedeva qualcosa avevo un pulsante per chiamare. Ma non sono mai rimasto solo. Mio padre e mia madre, a turno. Lui aveva una maschera che reggeva. Lei era sempre triste.

*

Un mese senza la forza per restare seduto. Giocavo alla Play, non c’era nient’altro. La mattina ti chiedono cosa vuoi mangiare, metti una crocetta nella lista, ma è sempre lo stesso. La forchetta si spezza nella carne.

*

Ricevevo le lettere dei compagni di classe. Prima di darmele mio padre ci passava uno straccetto umido. Una mattina sono venuti sotto la mia finestra con i cartelloni «Forza Ale».

*

Ho una moto cross per andare sulle colline vicino casa. A giugno, dopo che è passata la mietitrebbia, o verso settembre, dopo che hanno arato, puoi attraversare i campi, dove non ci sono strade, scendere prendendo velocità, seguire i fossi nascosti tra le canne e i pioppi nella vallata.

*

Dopo due anni ho ritrovato gli amici. Erano gli stessi, con i problemi e gli scherzi di sempre. Quando li vedo fumare capisco quanto siamo diversi. Io lo so cosa vuol dire l’aria.

Nonostante tutto era cresciuto. Così uscii a comprargli dei pantaloni nuovi. Ferma tra gli scaffali a scegliere, fui colpita dalla scarica di un pensiero inutile spendere molto – li metterà per poco.

*

Abbiamo scelto la casa e nella casa una stanza. Il medico veniva ogni giorno. Alle pareti chiedevo una porta, una porta qualsiasi. Il pianto della sorella più piccola. Doverle fare il bagno.

*

Dovevo andarmene via prima con la sorella. Seduto sulla spiaggia, imbronciato di fronte al mare: ma lei ti avrà tutta la vita, io soltanto adesso.

*

Arriva netto dal corpo. Il desiderio della fine. Sua, per tutti. Tornerà a colpirti. Nei giorni che continueranno, sarà la tua scure.

*

Cercare di rimanere. Lo dobbiamo a loro. Pienamente, nell’esistenza.

Una colata lavica scendeva bruciando tutti gli organi – cuore, stomaco, viscere –. Fino a sentirmi sterilizzata. La porta della vita in cenere.

*

Sedazione profonda, alternata a momenti di lucidità – Continuava a stringermi e a toccarmi il seno come se potessi ancora allattarlo. Sono goloso di te: sei proprio come la vita. Quella sera a ognuno di noi lasciò una frase. A me questa direzione di sole abbagliante, gelato sciolto, al colmo di un’intera giornata di mare.

Sono le 15 passate e non ho fame. È da questa mattina che sono nutrita, ininterrottamente, come avessi una flebo anch’io. Sto continuando a spingerla, sulle rotelle, anche qui in cortile, e mi seguirà quando sarò tornata a casa. Che cosa state mettendo nella mia sacca? L’unica cosa certa è che ho bevuto un caffè dal termos caldo con le infermiere e poi mangiato un pezzo di torta di compleanno (l’ha portata la madre della ragazza della stanza 5).

Ho messo il camice bianco delle psicologhe che fanno gioco-terapia, poi la casacca e i pantaloni verdi del reparto trapianto. Ho seguito le ultime visite del day hospital, e infine sono passata di nuovo in reparto per recuperare i miei vestiti. Nel frattempo ho tracciato dei segni illeggibili sul mio taccuino. Simili a quelli che, nel dormiveglia, lascio a occhi chiusi. Messaggi che mi indirizzo senza essere pronta a ricevere. Continuo a inviarmeli, riempiendo la cassetta di posta – non importa se si è via per un lungo viaggio, o traslocato senza avviso. Ho la fiducia che qualcuno, un giorno, con la forza quieta che raggiunge le cose, verrà a ricondurre ogni frase incompiuta, ogni frammento a un senso.

La morfina calerà di 10 mg nelle 24 ore – situazione di apparente benessere. Dorme tutto il giorno.
Sospeso quindi il Ketoprofene.
Minilesioni in bocca con scialorrea quasi continua.
Al letto n. 3 stanno calando un po’ le piastrine.
Non vomita più, è un altro.

È il cambio di turno, il capo infermiere passa le informazioni ai colleghi riuniti che trascrivono ognuno sulla propria agenda. Sul mio taccuino raccolgo le tracce di una tempesta che trascina oltre ogni rifugio.

Volto la pagina, ritrovo i segni che mi ha lasciato Paolo, il bambino di cinque anni con cui sono rimasta a giocare stamattina. Dopo una partita di calcio balilla in cui mi ha ampiamente battuto, ci siamo ritrovati sul tavolo, a disegnare. Quando mi ha visto scrivere, ha iniziato a tracciare con la penna linee arzigogolate. «Questo è cinese» – dicevo riproducendo il suono di sillabe sconosciute; «questo è tedesco» – una catena seghettata di montagne; «questo è il mare mosso, questo un uccellino che saltella». Sapeva scrivere, in tutte le lingue del mondo e in quella di tutte le cose che suonano e cantano. Nella pagina a fianco mi ha lasciato un disegno. Un pupino più grande e uno più piccolo, ritti su un campo in burrasca, le braccia a croce. Hanno mani grandi come soli. I raggi arrivano a unirsi.

La soglia di pediatria è vegliata da due grandi platani. I tronchi chiari, in continua mutazione, a scaglie che si sgretolano e staccano come croste di sangue e pelle indurita. Le foglie arrivano agli ultimi piani con finestre senza maniglia, tremano agli sguardi che cercano un luogo protetto in cui lasciare il dolore, la sua polvere scura. Quando ogni direzione è persa bisogna stringersi a voi. Voi reggete questa navicella di corridoi e di stanze nello spazio.

Nei brevi cortili, all’ingresso dei padiglioni, nelle aiuole, lungo i cespugli della strada principale, sono fiorite le margherite. Minute e bianche rilucono in queste prime giornate di aprile. Dopo una mattinata in reparto quest’aria ti viene addosso come un vento, ti sembra di sentire la sua conformazione di particelle che irradiano luce. Una sorgente t’investe e bevi, respiri, bevi – il suo getto germoglia senza fine. Mi sono seduta su un muretto al sole. Alle mie spalle la Madre con il Bambino sul grembo e i vasi fioriti ai piedi guarda chi viene per questa strada, il capo e le spalle sfiorate dai rami di un cedro.

Questa è l’ora dei cambi di turno. Gli infermieri usciti senza camice e cuffia li riconosci a stento, come animali dopo una muta. Si parlano a coppie o a piccoli gruppi, riuniti da un reparto all’altro, fumano una sigaretta o mangiano qualcosa. Ora inizia la mia vita – sembra dire una giovane infermiera che sta uscendo, stivali e gonna al ginocchio, il viso illuminato dal sole. Accanto a me una madre prende dalla carrozzina il figlio di pochi mesi in braccio e lo allatta con il biberon. Non ha garze né tubi questo bambino e non piange. Le siede vicino suo padre, in silenzio. Dietro di noi un’anziana fa alcuni passi nell’erba e si china a raccogliere una margherita. La schiena le fa male mentre si curva cercando di evitare il dolore. Ma resta china per raccogliere un’altra margherita e un’altra, muovendo appena i piedi intorno. Quando si rialza ne stringe felice in una mano un mazzetto. Si volta verso di noi, come a sincerarsi di non avere rubato niente, poi incrocia lo sguardo azzurro della Madre, si sofferma sulle catene di rosari che pendono da un piede del Bambino. Attraversa il prato verso l’entrata di pediatria.

Dovrei andarmene da qui. Arriva il momento in cui bisogna farlo e non è facile. Anche quando la stanchezza ti è calata sulle spalle e vaghi ancora da un corridoio all’altro, senza trovare l’uscita, avanzando più addentro quanto più segui le insegne, la loro traccia chiara che guida fuori. Ritrovate al sole le forze, ora bisogna che lasci questo edificio. Quello che ho raccolto al suo interno chiede aria. Mi dirigo al viale principale, volto a sinistra verso altri padiglioni, cammino. Gli studenti di medicina in uno spiazzo d’erba aspettano la prossima lezione. Non sono lontana dalla strada che costeggia il perimetro dell’ospedale; già si intravede il grande cancello aperto dalla parte del pronto soccorso.

Ma una via che si inoltra nel verde richiama il mio sguardo. La prendo perché quello che ho attraversato questa mattina chiede alberi, la loro presenza sulla nuca come una certezza di bene. La via si immette in una stradina di ghiaia che finisce cementata in un camminamento che sale leggero, fino all’entrata di pediatria. Mi siedo su un muretto al sole, a guardare da questo lato i due platani. Nostri alberi custodi dalle grandi ali tese. Qui vige una forza circolare. La coesistenza di inizio e fine genera una forte corrente che produce un gorgo.

Non puoi andartene, puoi soltanto allontanarti e tornare da un altro punto. Forse era questo che sentivano i miei vecchi, con quella testarda volontà di non andare in ospedale. Ma ora che da una delle tante porte sono entrata mi sembra che le vie che continuano fuori, non appartengano ad altro che a una forza attenuata, che risponde a questo centro. E ho capito perché sono qui anche se non raggiungo con le parole la scia di questa certezza. L’ho vista come una lucina che ha attraversato il mio campo visivo. Pochi passi e sono di nuovo in pediatria.

Prima di salire in reparto scendo le scale seguendo l’insegna Cappella dell’ospedale. Una piccola stanza vuota, nel primo piano interrato, con sedie ordinate in fila, sotto un soffitto azzurro. In alto, su una piccola mensola alla parete, una statua del Bambino illuminata da un neon. Da solo, in piedi, con una tunica celeste, e i raggi dell’aureola che si irradiano dal capo, mostra le palme delle mani aperte. Alle sue spalle un bimbo d’ombra va incontro al cerchio di luce che si staglia sul muro. Effetti della luce elettrica, rifrazioni. Ci sono stanze simili a questa al quinto piano, al reparto trapianti. Vicine a un corridoio di vetri da cui si vedono i tetti e le torri di Bologna, compongono insieme una casa dentro l’ospedale. C’è una cucina, una sala con i divani e un tavolo, una con gli attrezzi per fare palestra, una lavanderia, una camera da letto, un bagno.

Sono per i genitori dei pazienti che possono cucinare un piatto caldo per il figlio, lavargli i vestiti, riposarsi. La camera da letto è bene che resti vuota: è per il “secondo genitore” a cui è concesso rimanere nei giorni vicini all’ultimo. Ma nelle ore in cui sono transitata, ho trovato in queste stanze sempre una solitudine rischiarata dalle finestre alte sulla città. Stanze come cappelle, ognuna consacrata a un’attività della vita. Questo pensiero mi guida fuori dal seminterrato. Con me, in ascensore, una donna è diretta al mio stesso piano. Arrivata sussurra qualcosa al citofono: madre di…Io indugio sul pianerottolo. Ogni volta questa soglia mi chiede perché sono qui, che cosa mi autorizza ad entrare. Poi una forza che fuoriesce da una qualche intercapedine, pronuncia un sordo . Suono, pronuncio in un fiato: le parole necessarie.

Tra i padiglioni di ematologia e di malattie infettive, voltata di spalle alla stradina asfaltata, con il cellulare all’orecchio una ragazza piange. Il sole le illumina il viso facendolo splendere per via delle lacrime. Passando ho visto la luce che aveva, e un punto oltre la siepe, gli alberi, il confine dell’ospedale e i tetti di Bologna, a cui stava consegnando la sua storia.

Questi testi sono stati scritti tra il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna – reparto di Oncologia ed Ematologia pediatrica e il liceo artistico Mengaroni di Pesaro. Una tavoletta di cera è la versione rivista della plaquette Voci e tracce da un reparto, Le parole necessarie – Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna, Policlinico Sant’Orsola-Malpighi, Bologna 2016.

marzo-maggio 2016

Translation by John Taylor

A gaze from above reunites all those who are divided.
—Hugo von Hofmannsthal

The swarm of tiny insects has gone back into a bend in the air. A quieted sense of alarm remains, a shock deep in the cells. Back on my feet, I have climbed the stairs and entered the ward again. At this hour it is almost deserted. Two nurses, before disappearing again into a meeting, smile at me. A half-hour ago, as white as the tiles, I was lying on the floor. Then my legs that are raised, my eyes that open again, a cuff that squeezes my arm: my pressure is still too low. I smile at the faces bent over me. “I’m sorry,” I would like to say, “I didn’t mean to.” A hand accompanies me to another room, I lie down on a bed; I have some fruit juice to suck on slowly, like a pacifier, while I look at the ceiling. Another time I happened to see the small fireflies that live in the air. They move about like wingless butterflies, swirling until they give you the impression of having broken through the windowpane of reality. Let’s go home, they were telling me, pick up your things. – I was at the sea and the sun had hit my head like a big hot stone. – I was obeying, but on two different wavelengths, within the vibrating lights sweeping me off, into a house that I was beginning to recognize at that moment, for the first time, and within a gap that was opening.

On the outpatient clinic bed, while the sugary substances of the juice were starting to circulate in my blood, I could still follow the wake of that swarming sensation. Something familiar and remote, like the images glimmering in a newborn baby’s eyes.

A school of fish painted on the ward walls leads me to a room full of games, with miniature tables and chairs, as well as drawings that tell the story of a single childhood sketched out by a lopsided house, a sun shining from a corner, a flower, or three or four beings standing out in white, like snowmen. I feel that this will be my base camp for now. I sit down at the big table and start writing. There is a five- or six-year-old boy in the room with me. He asks if I can help him turn on one of the two television screens, but I’m unable to do so. Silently he returns to the construction game he had stopped playing. I try to ask him some questions but he doesn’t seem to want to answer nor do I want to keep asking. Every now and then a piece of one of his constructions falls to the ground, and he apologizes to me, with a maturity that says everything it was necessary to know. Sitting at the table, I too went back to my game. We quickly realized that we would be perfect companions, each of us given over to a long solitude.

My body is a wax tablet. I was thinking of writing and instead I was being written. I wear the marks of another alphabet. A language that we can modulate with closed lips, pursuing a trail of meaning. Our ancestors knew this language, with their live, entirely marked-up flesh. Like us, as children, with our black-and-blue knees and elbows, our cuts reddened with Mercurochrome.

My blurred eyes have been incised today. It was an indirect intervention. Doctor M. did it to me without my knowing so, in the fourth-floor outpatient clinic. I had tied on my green gown. My mouth covered by a mask, like a bandage, to heal myself from words. But I didn’t know the power of two words which, when pronounced with simplicity, next to each other, at the end of the meeting, came out of the doctor’s mouth: spinal tap. Those words initiate a succession of gestures. So I found myself in the room with the door closed and the window without a handle. Inside, next to the child, the nurses, the anesthesiologist, the doctor, like bulrushes moved by a light current, bow their heads, moving their hands a few millimeters. The law that governed everything was that of submerged worlds. A nod and something in another’s body would have responded.

“The blue gloves.”
“Do you like them?” asks the anesthesiologist who is putting them on.
The child leans his head back, relaxes.
“You have to turn over on one side,” says the nurse.
“Why?”
“When you are sleeping you’ll be heavy.”

Let’s pray so that they won’t appear, so that they will be invisible, so that they will enter us in the blink of an eye.

The doctor has drawn a reddish rectangle. Where dolls contain batteries that make them move and talk. There is a large knitting needle. – The picture frame is just flattened on the sides, crossed by a slight tremor. The boy seems to feel something, he just shakes himself, as in a nightmare.

My feet are welded to the floor. I’ve never had hands. I only have eyes. Alarmed, they are sprouting from their bulbs. – Something is swirling in the air.
Drop by drop, a transparent liquid spurting from his back falls into a vial – water from the rock, the target hit exactly.

No button to press to exit. – When the vial is full, everything will be over. Drop by drop, it will be over. — The tiny lights have arrived, they burst out; they guide my eyes towards the opposite wall, between the whiteness of the wall and the medicine cabinet take a rest, for a moment, rest. But they have thickened – a dense swarm, teeming. I resist, on my feet. And something frees me from my will, detaches me like a leaf from a branch. I hover weightlessly. I smile at the tiny lights.

****

No one knows how, but it has found us. Its eye never stops penetrating us. In the vastness of space and time, among the multitude of the others who have been spared. A pain can stab like a nail. No one takes hold of the hammer, there is no one to cry out to.

*

What a trifle the world is. It was on fire. I still see its margins folding back.

Time has eased, expanded. As when a rainfall is over and big drops fall from the trees.

*

Today he weighs 12 kilos. How many milligrams every how many hours? We put four vials into the drip. Transaminase…How many antibodies does he have? Heart pressure, respiratory pressure.
He had no fever. He had no pain. He slept.

**************

A bed, a table, a chair, a wardrobe; a screen on the wall, a small bathroom. It is the cabin of a ship with which we will cross the ocean. Twenty days and from the windows the earth will begin to appear.

*

I can take three steps in one direction, four steps in the other. If I open my arms I have all the space. I sit down, go back to my seat. I am a large closet in which you hang your breaths. Winter and spring clothes, colored jackets, dark jackets.

***

In the meadow there are two brother trunks. One is a piece of wood, the other has small budding leaves. Between them – spherical head, cylindrical body – a stick figure. The arms radiate outwards until they touch the two trunks.

These two children are about to receive the Befana’s Epiphany gifts. It’s me, wearing a gray wig, glasses, and a big curved plastic nose. I bring a remote control Ferrari to the oldest one. But the younger one throws his game aside and cries for the other one. I promise, get back on my moped, and hurry to find an identical car. It’s a treasure hunt, from shop to shop, in those days after Christmas. I finally find it. In a breath I am back. Two little heads protrude from the landing. “She’s back,” they shout, “she’s really back!” And we celebrate twice, we celebrate together. This was happening – I didn’t know we were on the brink, where everything comes back for the last time – duplicated.

**************

“I have a hood over my head because I was sick,” he whispers into my ear. It is one of his first days of high school; he arrived early to confide these words in me, like an absence slip. “Yesterday a professor asked me to remove it in front of the class.” But the others begin to arrive, by twos and threes. And he goes to take his place, one of the most coveted ones in the last rows. He will be a silent rapper, with his hat and hood down over his temples, as if continuing to hear his music hour after hour in his ears, beyond the murmuring of the teachers.

Months go by. Between the desks, the voices light an inextinguishable fire on which I sometimes blow, pouring out my lungs on it. I asked everyone to read a book and tell it to the class. A succession of vampires and parallel realms inhabited by fantastic creatures, or stories that pursue blossoming love. Alessandro came back to the teacher’s desk to speak to me; the book he wanted to read was the manuscript that a hospital companion had left him. It comprised the entire history of his illness, from diagnosis to chemo treatments, to the transplantation and his return home. “Are you sure you want to read it? There are many books I could recommend.” But Alessandro was determined. He had been keeping it on the shelf at home for a long time: its moment had come. He would read it over the Christmas holidays. He didn’t feel like telling the story to the class yet, but meanwhile he would tell me.

We meet during the hours of gym class in which he remains seated on the bench or wanders around the gym. That book had such a radioactive charge for Alessandro that two years had to go by before he could open it. The time needed to sense that the story was over for him. “I once lent it to a friend; I brought the open backpack close to the shelf and with a little push I let it fall.” The girl had read it slowly and then silently brought it back. Now she knew what Alessandro had gone through during that long year in the hospital. She had no words to give him, in return, but she knew.
“And now that you’ve managed to read it?” I asked him. “It didn’t have any effect on me.”

There are territories where words don’t reach things. We carry a dark burden, handed over to ourselves. And suddenly we find we are solid, on our own bones, like Atlases who didn’t know they had strength. But something now is looking for warmth, it is looking for care, it needs syllables.

While he is speaking, Alessandro brings two fingers between the base of the neck and the collarbone and presses. At that point, a tube entered under his skin and exited at the center of his chest. There he still seems to feel a vein differently. He lowers his shirt collar to the small circle imprinted on the skin. They are signs that confirm his strength. The battle is won. As soon as he can, he will have a tribal ring below his shoulder, a compass rose on the inside part of his arm. Open to all directions, it will be his star.

A year in the hospital is a year of rainfall. A whole year waiting by the windowpanes.
When I went back to school, two years had passed. Things had happened but in the end my friends had remained the same. It is I who had changed. Inside the hospital, time is different. A day can contain a month. One’s whole house is in one room. Also the park to which you usually go and the school.

Alessandro tells his story, I am being taught by him. I don’t miss a word and yet I can’t write it down. I am unable to bear the plot. But we have opened a canal, a waterway. His voice flows into mine. A magnetic tape closed up inside his body unwinds.

You get out of bed, your legs won’t support up. Like crutches, my father and mother helped me by holding my arms. But I couldn’t climb the stairs. Your leg won’t follow you. You give it orders; you wait for it, but it won’t follow you. We took the elevator to leave. And at last it was the air, the fresh air that blows on your face and comes all the way into your lungs. They helped me get into the car. And I saw things flowing again, I returned to rapidity, again felt the shiver when my father accelerated. When I got home my old German Shepherd ran up to meet me. I could not pet him; he stopped a few steps away from me, sniffing the earth. The hospital has no odor; it leaves something too clean on you, a dense air that keeps everything.

*

I was finally free. But when I got up at night I moved carefully, groping sideways and searching for the IV. There was a silence so deep I couldn’t sleep. It’s the quiet of the winter countryside. That suspension from everything, in the hospital, doesn’t exist. In the room, when all the noises ceased, the constant bass from the pump remained to keep me company. That electric swishing that gave my father a headache. And a small red light always shining. Back home, next to the bed in my room, I placed a triple electric outlet with the on button shining.

*

I always tried to remember the last moment I was awake. But it fades, the picture blurs, then suddenly you pull yourself together, say something senseless and fall asleep. Thinking back on this, I feel eyes bending over me, and the questions with blunted question marks – the chirping of birds on the same branch. They are joking among themselves, lean over the windowpane, want to see me sunk into sleep.

*

If something happened I had a call button. But I was never alone. My father and mother took turns. His face kept up a mask. She was always sad.

*

A month without the strength to stay seated. I would spend my time on PlayStation, there was nothing else. In the morning they ask you what you want to eat, you put a cross on the list, but it’s always the same. The fork breaks in the meat.

*

I would receive letters from classmates. Before giving them to me, my father wiped them with a wet rag. One morning my classmates came under my window with “Be Brave, Ale!” signs.

*

I have a motorcycle to ride over the hills near the house. In June, after the combine harvester has come through, or towards September, after they have plowed, you can ride across the fields, where there are no roads, head downhill and pick up speed, follow the ditches hidden among the reeds and poplars in the valley.

*

After two years, I found my friends again. They were the same, with the usual problems and jokes. When I see them smoking I understand how different we are. I know what air means.

Despite everything, he had grown. So I went out to buy him some new pants. As he stopped between the shelves to choose, I was struck by a thought bursting out it’s useless to spend a lot – he won’t wear them very long.

*

We chose the house and a bedroom in the house. The doctor came every day. I asked the walls for a door, any door. His younger sister is weeping. I’ll have to give her a bath.

*

I had to go out with my sister first. As I was sitting on the beach, sullen in front of the sea: but she will have her whole life, I only now.

*

It comes straight from the body. The desire for the end. His, for everyone. It will strike you again. As the days continue, it will be your ax.

*

Try to stay. We owe it to them. Fully, in existence.

A lava flow was coming down and burning all the organs – heart, stomach, bowels –. Until I feel sterilized. Life’s door in ashes.

*

Deep sedation, alternating with moments of lucidity – He kept squeezing and touching my breast as if I could still breastfeed him. I’m greedy for you: you’re just like life. That evening, he left a sentence for each of us. For me this direction of dazzling sun, melted ice cream, at the height of a whole day at the beach.

It’s past 3 p.m. and I’m not hungry. This morning has fed me, incessantly, as if I had an IV too. I keep wheeling it along, even here in the courtyard, and it will follow me when I’m back home. What are you putting in my drip? The only thing I’m sure about is that I drank some coffee from the hot thermos with the nurses and then ate a piece of birthday cake (the mother of the girl in Room 5 brought it).

I put on the white coat of the psychologists who do play-therapy, then the green gown and pants of the transplant ward. I accompanied the final rounds at the day-hospital, and at the end I went back to the ward to retrieve my clothes. In the meantime, I jotted down some illegible marks in my notebook. Similar to those I leave when I am drowsing and my eyes are closed. They are messages I address to myself without being ready to receive them. I keep sending them, filling the mailbox – it doesn’t matter if one is away on a long trip, or has moved away without notice. I am confident that someone, one day, with the quiet strength that reaches things, will come to guide every unfinished sentence, every fragment, to a meaning.

The morphine will drip 10 mg. in 24 hours—a situation of apparent well-being. He sleeps all day. Ketoprofen is therefore suspended.
Mini-lesions in the mouth with almost continuous sialorrhea.
At Bed No. 3, the platelets are dropping a little.
He no longer vomits, he’s another person.

It’s the shift change, the head nurse passes the information onto his colleagues, who write down each fact on a personal organizer. In my notebook, I collect the traces of a storm that drags on beyond every shelter.

I turn the page, find the signs left by Paolo, the five-year-old boy with whom I stayed to play this morning. After a game of table soccer in which he easily beat me, we sat around a table, drawing. When he saw me writing, he started drawing intricate lines with his pen. “This is Chinese,” I was saying, reproducing the sound of unknown syllables. “This is German” – a saw-toothed mountain range. “This is the rough sea, this is a little bird that hops.” He knew how to write in all the languages of the world and of all the things that play and sing. On the opposite page he left me a drawing. Two stick figures, one larger and one smaller, standing on a stormy field with their arms crossed. They have hands as big as suns. The rays come together.

The threshold to the pediatric ward is watched over by two large plane trees. The trunks are clear-colored, constantly changing, with pieces of bark that break up and peel off like crusts of blood and hardened skin. The leaves reach the top floors, where the windows have no handles, and tremble at the looks seeking a protected place in which to leave behind the pain, its dark dust. When every direction is lost, we need to cling to you trees. In this space, you hold up this ship of corridors and rooms.

Daisies have bloomed in the small courtyards, at the entrances to the ward buildings, in the flowerbeds, along the bushes of the main avenue. Tiny and white, the daisies are shining in these first days of April. After a morning in the ward, the air comes upon you like a wind, you seem to feel its configuration of light-radiating particles. A source pervades you and you drink, you breathe, you drink – its gush germinates endlessly. I sat down on a low wall in the sun. Behind me, the Mother with the Child on her lap and the flower-filled vases at her feet, her head and shoulders barely touched by the branches of a cedar, looks out at whoever is coming up this road.

It’s the time for shift changes. You barely recognize the nurses who have came out without gowns and caps – they are like animals after molting. They talk in twos or in small groups, gathering from one ward to another, smoking a cigarette or eating something. Now my life begins – seems to say a young nurse who is going out, with her boots and skirt knee-high, and her face lit up by the sun. Next to me, a mother takes her few-month-old son from the baby carriage and bottle-feeds him. This baby has no gauze or tubes and isn’t crying. His father sits silently beside him. Behind us, an old woman takes a few steps in the grass and bends over to pick a daisy. Her back hurts while she is bending over and trying to avoid pain. But she remains bent over to pick another daisy and still another one, barely shifting her feet around. When she straightens up, she is happily holding a bunch of them in her hand. She turns towards us, as if to make sure that she has not stolen anything, then her eyes meet the Mother’s blue gaze, and she lingers over the rosary beads hanging from one foot of the Child. She crosses the lawn towards the entrance of the pediatric ward.

I should go away from here. The time comes when you need to do so and it’s not easy. Even when weariness is weighing down on your shoulders and you are still wandering from one corridor to the next, without finding the exit, progressing ever deeper inside as you follow the signs, their clear indications that lead outside. Now that you have recovered your energy in the sunlight, you need to leave this building. What I have gathered inside is asking for air. I head to the main avenue, turn left towards the other ward buildings, walk. Medical students in a grassy area are waiting for their next class. I’m not far from the road that runs along the outer limits of the hospital; the large gate opened on the side of the emergency room can already be glimpsed.

But a path that enters the vegetation attracts my gaze. I take it because what I went through this morning asks for trees, their presence on the back of my neck as a guarantee of goodness. The path leads into a gravel road that ends up as a concrete walkway that rises slightly up to the entrance of the pediatric ward. I sit on a low wall in the sunlight, gazing at the two plane trees from this side. Our guardian trees with their wide outstretched wings. Here a circular force takes effect. The coexistence of beginning and end generates a strong current that forms a whirlpool.

You cannot go away, you can only move off and return to another spot. Maybe that’s what my ancestors felt, stubbornly unwilling to go to the hospital. But now that I have entered one of its many doors, it seems to me that the avenues that continue outside belong to nothing but an attenuated force that responds to this center. And I have understood why I am here even if I do not reach with words what follows in the wake of this certitude. I have seen it as a light crossing my field of vision. A few steps and I’m back in the pediatric ward.

Before going up to the ward, I go down the stairs, following the Hospital Chapel sign. It’s a small empty room, on the first underground floor, with chairs arranged in a row under a sky-blue ceiling. Above, on a small shelf on the wall, a statue of the Child is illuminated by a neon light. Standing alone, wearing a light blue tunic, with the halo rays shining out from his head, he is showing the open palms of his hands. Behind him, a shadowy young child comes up to the circle of light standing out on the wall. Electric light effects, refractions. Rooms similar to this one are found on the fifth floor, in the transplant ward. They are near a glass corridor from which you can see the roofs and towers of Bologna; the rooms put together a house inside the hospital. There is a kitchen, a lounge with sofas and a table, a workout room, a laundry room, a bedroom, a bathroom.

These are for patients’ parents, who can cook up a hot dish for their child, wash his clothes, rest. It’s good when the bedroom remains empty: it is for the “second parent” who is allowed to stay there during the days near the end. But during the hours that I spent there, I always found in these rooms a solitude lit by the high windows overlooking the city. Rooms like chapels, each dedicated to one of life’s activities. This thought leads me out of the underground level. With me, in the elevator, a woman is heading to the same floor. When she arrives, she whispers something into the intercom: I’m the mother of…I linger on the landing. Each time this threshold asks me why I am here, what authorizes me to enter. Then a force emerging from some gap pronounces a mute yes. I ring out, pronounce in one breath: the necessary words.

Between the hematology and infectious diseases buildings, a girl with her back to the asphalt road and holding a cell phone to her ear, is crying. The sun lights up her face, making it shine through her tears. As I walked by, I saw this light that she had, and a point beyond the hedge, the trees, the outer limits of the hospital and the roofs of Bologna, to which it was delivering her story.

These texts were written in the Sant’Orsola-Malpighi Polyclinic of Bologna – the Pediatric Cancer and Hematology Ward – and in the Mengaroni Artistic High School of Pesaro. This translation is based on the version that was revised by the author after the texts were published in the chapbook Voci e tracce da un reparto: Le parole necessarie (Bologna: Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna, Policlinico Sant’Orsola-Malpighi, 2016).

(March-May 2016)

Franca Mancinelli was born in Fano, Italy, in 1981. Her first two collections of verse poetry, Mala kruna (2007) and Pasta madre (2013), were awarded several prizes in Italy and later republished together as A un’ora di sonno da qui (2018)—a book now available in John Taylor’s English translation as At an Hour’s Sleep from Here (Bitter Oleander Press, 2019). In 2018 also appeared her collection of prose poems, Libretto di transito, also published by Bitter Oleander Press as The Little Book of Passage. She has participated in international projects such as the Chair Poet in Residence (Kolkata, India, 2019) and REFEST: Images and Words on Refugee Routes. From this latter experience was born her Taccuino croato (Croatian Notebook), now published in Come tradurre la neve (How to Translate the Snow, 2019). Her new collection of poems, Tutti gli occhi che ho aperto (All the Eyes that I Have Opened), appeared in Italy, in September 2020, at Marcos y Marcos.

John Taylor is an American writer, critic, and translator who lives in France. Among his many translations of French and Italian poetry are books by Philippe Jaccottet, Jacques Dupin, Pierre Chappuis, Pierre-Albert Jourdan, José-Flore Tappy, Pierre Voélin, Georges Perros, Lorenzo Calogero, and Alfredo de Palchi. His translations have been awarded grants and prizes from the National Endowment for the Arts, the Academy of American Poets, Pro Helvetia, and the Sonia Raiziss Giop Charitable Foundation. He is the author of several volumes of short prose and poetry, most recently The Dark Brightness, Grassy Stairways, Remembrance of Water & Twenty-Five Trees, and a “double book” co-authored with Pierre Chappuis, A Notebook of Clouds & A Notebook of Ridges.

This entry was posted in Creative Non-fiction and tagged , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.